"Etichetta "
Nata nel 1963, Patrizia Angiolina Belvedere porta nella sua produzione artistica uno sguardo d'ampio respiro, capace di connettere la memoria storica con le sensibilità contemporanee. La sua ricerca è guidata da un'indole che fonde la dimensione materica e quella spirituale, traducendosi in un linguaggio visivo dal carattere razionale, che trova spesso compimento nelle forme dell'astrattismo. Il suo percorso affonda le radici in una solida formazione giovanile, poi, il Liceo Artistico, dove ha maturato la sua profonda passione per la tecnica classica, fondamento imprescindibile della sua estetica. Nonostante una vita dedicata con costanza al lavoro, la Belvedere non ha mai interrotto la propria attività creativa; al contrario, il confronto quotidiano con la realtà professionale ha alimentato la sua capacità di analisi antropologica, permettendole di sviluppare una rara sensibilità nel comprendere l'altro. In questa sintesi tra rigore e emozione l'artista rivolge un'attenzione privilegiata alla gioventù e al trasporto umano. Per la Belvedere, infatti, la comunicazione artistica raggiunge la sua pienezza solo quando riconosce nel proseguo della sua specie una fonte di significato: un fluire vitale a cui attingere per completare il senso dell'essere. Patrizia Angiolina Belvedere partecipa a progetti curatoriali che mettono in dialogo la sua ricerca astratto-materica con le istanze del contemporaneo, consolidando la sua presenza in contesti dove l'arte diviene strumento di indagine sociale e spirituale. ETICHETTA - Pittura materica in assemblaggio- 103 × 153
L'opera si presenta come un'esposizione materica, un assemblaggio in cui la forma pittorica rompe gli argini del figurativo per farsi astrazione cromatica. Al centro dell'indagine risiede la strategia, tutta umana, della creazione dell'etichetta: un atto che, nelle sue premesse originarie, nasceva come un gesto enfatico e rispettoso. Definire un modo, una moda, o un comportamento era un tentativo di porgere all'altro una bussola identitaria, un invito alla simbiosi e all'immedesimazione profonda. Tuttavia, L'opera documenta il momento del collasso. Quell'originario desiderio di connessione è stato stravolto e colonizzato dall'inutile. Non si tratta di futilitá o di una prassi necessaria, ma di un'escrescenza superflua che tenta di imbrigliare l'essenza per svuotarla di senso. L'etichetta, qui " esplosa ", non definisce più: invade. Il colore e la materia diventano testimoni di questo assalto dell'inutile, che tenta di impadronirsi della nostra capacità di immedesimarsi nell'altro, riducendo lo stile e la relazione in una sovrastruttura ingombrante. Ciò che doveva essere un ponte rispettoso tra identità diverse si è trasformato in un rumore visivo che nega la profondità dell'essere.
Etichetta strategia per mascherare l'assenza, strategia per comprare uno sguardo, strategia per esistere negli occhi degli altri, per distinguersi nel caos, per posizionarsi nel mondo, per aprire porte chiuse, per definire l'indifendibile, per dare un nome al disordine, per non perdersi nell'anonimato, per abitare lo sguardo altrui, per non passare inosservati, per dare un nome all'apparenza, per esistere in un mondo di sguardi.
Etichetta, un modo d'esssere, un modo per essere, un modo per avere la giusta attenzione.
Spesso la vita richiede una strategia, ma non si ha voglia di rinunciare ad essere meno di niente. Così, lottando, un affetto lontano mai focalizzato, lucidamente ti ricorda che, com'è una parola, il tuo nome, così è una parola di certo, che può esorcizzare tutto, tutto quello che deve essere messo a posto, come per tantissima gente. Soltanto quando non ti aspetti di poter sapere cosa, avviene, senza essere uno stratagemma, la strategia. Che brilla nelle tante sfaccettature, fatte di ricordi, anche sofferti, ora interpretati....per Etichetta.
Mimosa -puntinismo interiorizzato- 105 × 75
L'opera Mimosa nasce da un atto di resistenza interiore, tradotto visivamente attraverso un puntinismo interiorizzato. Ogni punto non è solo un accento cromatico, ma il residuo di una concentrazione quasi ascetica, una preghiera silenziosa tesa a esorcizzare una condizione ingrata. La stesura diventa così un rito di liberazione da quel meccanismo umano che vede nel giudizio l'unico strumento di scelta e nella scelta l'unica forma di giudizio, un circuito chiuso privo di uscite autonome. Il giallo della mimosa non è qui semplice decorazione, ma una rivelazione: ribaltare le categorie comuni. L'opera esplora l'idea che sia preferibile accogliere un difetto come pregio, piuttosto che soccombere a un vizio, e come un pregio possa apparire agli occhi degli altri alla stregua di un vizio.




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